16 settembre 1944-2014, l’analisi. “…come, ad esempio, il feudo Miccichè.” (parte II)

piazza (3)Oggi ricorre il settantesimo anniversario della, così chiamata, Strage di Villalba, ma è d’obbligo fare delle riflessioni, forse dure e controcorrente, ma sicuramente illuminanti sui fatti di ieri e di oggi.

Lo studio della Storia ci impone di dichiarare subito che ci fu chi gravemente minimizzò l’evento, e chi invece enfatizzò troppo l’accaduto. Tale manovra di manipolazione è principalmente locale, e noi posteri, villalbesi e amanti della comprensione ci opponiamo e facciamo chiarezza.

Dal lato mafioso la sparatoria venne descritta come una scaramuccia, quasi come un don calo vizzini villalba 01atto normale e dovuto per far capire a tutti, Stato e comunisti, chi comanda (entrambi lo sapevano bene perché se processo ci fu, non ci fu una pena adeguata, al massimo si ebbero comode latitanze; i secondi, i comunisti villalbesi, lo sapevano anche loro perché andarono a chiede il permesso al boss, il coraggio del loro segretario per loro non fu d’esempio, sennò non avrebbero fatto questo gesto umiliante, e avrebbero dimostrato ribellione di prima mano). La “scaramuccia” ebbe un impatto mediatico mondiale, in un istante tutto il mondo conobbe Villalba, microscopico paese della Sicilia centrale, e al tempo stesso regno vastissimo dell’indiscusso capomafia Vizzini, da quel momento volto della criminalità spavalda, capace di sparare senza remore in un piazza davanti allo Stato, davanti la verità e perfino davanti a Dio, con il consenso del fratello prete, consenziente e perfino complice delle malefatte del boss (almeno così, e non solo, si racconta ancora in paese). La sparatoria fu l’investitura pubblica e mondiale che stabiliva chi c’era dalla riva opposta della legalità, che custodiva un potere totale che da poco era stato scalfito dal fascismo e fatto risorgere dagli Alleati, che per un periodo “istituzionarono” la mafia nominando Calogero Vizzini sindaco di Villalba. Nessuna benedizione venne meno: dello Stato debole, degli Alleati potentissimi e perfino di “dio”, un dio minore molto politico e per niente spirituale, che conosceva bene la croce sul simbolo della DC e anche sul simbolo del partito autonomista.

Ormai è ben chiaro che il “Non è vero, è falso!” urlato dal mafioso in quella piazza tutt’ora viva era il segnale per agire, ma noi oggi ci poniamo un’altra domanda: a chi si rivolgeva? La risposta banale è: ai suoi. Invece no! Si rivolgeva a tutti i villalbese, perché il primo passo per avere in pugno qualcuno è tenerlo ignorante, e il discorso di Li Causi era troppo chiaro, troppo vero, troppo comprensibile, quindi troppo pericoloso per chi detiene il potere reale. Mantenere i contadini (i cittadini) in uno stato di illusione e sfruttarli fino all’oppressione totale garantiva il potere di tutte le mafie, oggi come ieri, metodo amato pure dai politici, e da tutte le alte sfere. Senza sopraffazione non c’è potere, ma soprattutto senza servitù volontaria o ribellione le catene dell’oppressione saranno perpetue. Ancora a Villalba persistono teorie fantastiche sulla bontà di tirannelli grandi e piccoli, magnanimità dei papaveri o innocente cecità dei più semplici? In quel 16 settembre era più importante tappare le orecchie dei villalbesi che la bocca di Li Causi, ma non si può uccidere l’oggetto del proprio potere, perché automaticamente si annullerebbe il potere stesso; quindi si scelse la via più breve, quella di sparare contro chi doveva rimanere soltanto una vox clamantis in deserto, vox molto efficace in un deserto cerebrale che nel cuore serbava poca stima di questo potere illegittimo e che pian piano lasciava germogliare piante di rivalsa.

girolamo li causiPer quanto riguarda l’enfatizzazione dei fatti, alcuni storici locali hanno messo l’accento su dei dettagli che fanno un buon effetto, in primo luogo il nome con cui viene ricordato l’evento, non c’era bisogno di chiamalo “la Strage di Villalba” perché furono feriti 14 persone, non ci furono morti, si poteva benissimo chiamare “la Sparatoria di Villalba” e sarebbe stato intellettualmente più giusto. Li Causi ebbe il coraggio di opporsi al regime fascista e per questo ebbe una condanna a 20 anni di carcere, quindi non era il tipo che le mandava a dire, uomo sicuramente dotato di coraggio da cui prendere esempio senza dubbio, ma una vulgata locale, non ci racconta che in quella piazza non erano solo i mafiosi ad essere armati, e nel racconto di quel comizio durante il trambusto delle armi che sputavano fuoco assassino, pronto ad uccidere, sotto l’esplosione di una bomba, gli fanno pronunciare frasi da prosopopea epica meno credibili del fatto che ferito alla gamba si sia messo giustamente a riparo. L’essere stato colpito per il proprio ideale, per l’emancipazione delle masse, a qualche storico locale non piacque tanto come quello di sfidare il fuoco, oggi gli storici sono più realisti di ieri.

Fu il socialista Michele Pantaleone ad invitare il segretario regionale del PCI per tenere comizi contro la mafia a Villalba: questa è una reticenza che persiste sugli scritti locali, e a noi ci tocca il duro compito di ribadirlo per amore della Storia.

Un ultimo punto che sembra marginale va ribadito e riguarda l’allora sindaco, Beniamino Farina. Egli era sì il sindaco, ma la carica primaria era quella di nipote di don Calò, e probabilmente la posizione elevata portava più vantaggi al boss che non all’incaricato stesso, voluto su quella poltrona dallo zio per il controllo totale. Chissà se da allora in poi ci sono stati altri referenti, anche di carica minore, che hanno fatto lo stesso gioco per lo stesso vantaggio che il tempo nel frattempo ha tradotto ma non del tutto cambiato? I boss hanno sempre (bisogno di) qualcuno da mettere al posto di controllo al fine di non far collegare gli intrallazzi effettuati per i propri vantaggi.

Oggi a Villalba è molto più facile, in quella stessa piazza, pronunciare le parole “Non è piazza (2)vero, è falso!” e molto raro dire “…come, ad esempio, il feudo Micciché.” Frasi dal valore simbolico in cui se ne sente l’eco assassino e perpetuatore di sottomissione della prima; e di rivalsa, di lucidità della seconda. Con troppa facilità si ripete il mantra “Non è vero, è falso!”, con troppa facilità si china la testa a rozzi e mediocri pronunciatori di quella frase. Cambiano i tempi, ma il vantaggio di tenere la gente sottomessa e ignorante è cambiato?

Concludiamo questo scritto controverso con delle significative parole di Victor Hugo tratte da I Miserabili, e nel farlo con umiltà rendiamo grazie al grande scrittore francese che ci è venuto in aiuto. “Nel frattempo, studiamo le cose che non son più. È necessario conoscerle, non fosse per evitarle. Le contraffazioni del passato prendono falsi nomi e si chiaman volentieri l’avvenire; quel fantasma ch’è  il passato è soggetto a falsificare il suo passaporto. Mettiamoci a conoscenza del tranello e diffidiamo. Il passato ha un viso, la superstizione, ed una maschera, l’ipocrisia: denunciamo il viso e strappiamo la maschera.

© Jim Tatano – facebook page

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