“Giuda Iscariota: dannato o redento?” di Liborio Ognibene

GiudaOgni anno, durante il periodo pasquale, torna puntuale a tormentare i pensieri dei cristiani (pensanti), l’ambiguo ruolo di Giuda Iscariota nel mistero della morte e resurrezione di Cristo. Le Sacre Scritture sono sempre state piene di contraddizioni, forzature e incongruenze tra i vari Vangeli e gli altri scritti che le compongono, spesso spiegate bonariamente attraverso l’attribuzione di un significato “simbolico” (a convenienza?…) a tutto ciò che vi si legge.
La figura di Giuda è stata forse la più contorta, difficile e delicata da trattare e da spiegare, dagli evangelisti prima e dai ministri della chiesa poi. Tra le varie interpretazioni date, gli unici punti che coincidono sono quelli del tradimento e del suicidio. Non voglio entrare nel merito teologico specifico, perché un semplice articolo di un blog non basterebbe a trattare un argomento così vasto, né la mia modesta formazione mi consentirebbe di affrontare al meglio l’argomento. Mi voglio soltanto soffermare sulle questioni filosofiche che attanagliano il mio pensiero e quello di tanti cristiani nel mondo.
I Vangeli canonici suggeriscono che Gesù fosse a conoscenza del tradimento di Giuda e che lo consentì o che sapesse semplicemente che doveva accadere così “per destino”; quindi Gesù consentì a Giuda di tradirlo e di conseguenza Giuda fu un complice informato sul destino programmato di Gesù. Se Gesù prevede il tradimento di Giuda allora Giuda non ha nessun libero arbitrio e non può evitare di tradire Gesù.
Se Giuda non può controllare il suo tradimento di Gesù, allora, la sua punizione e rappresentazione come traditore nella cultura occidentale non è meritata. Nel Nuovo Testamento inoltre si legge che sulla croce Cristo perdonò coloro che avevano contribuito alla sua morte, dicendo che “non sanno quello che fanno”, tuttavia Giuda sembra non essere incluso in questo perdono, poiché invece di chiederlo si suicidò.
Papa Benedetto XVI, nel corso dell’udienza generale di mercoledì 18 ottobre 2006, cerca di delineare la figura di Giuda Iscariota. Il Romano Pontefice definisce la “sorte eterna” dell’apostolo traditore, «un mistero sconosciuto al giudizio dell’uomo in considerazione del fatto che Giuda si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente” (Mt 27,3-4). Anche se il suo pentimento è degenerato in disperazione e così è divenuto autodistruzione (suicidio), spetta solo a Dio, nella sua Infinita Misericordia, misurare il suo gesto».
Da queste parole si evince che la stessa Chiesa cattolica non ha la certezza sulla sorte toccata a Giuda (Paradiso o Inferno) e che comunque, non considera dannato Giuda per il tradimento (Pietro ha rinnegato il Maestro, quindi tradito, tre volte, ma ha chiesto perdono), bensì per il suicidio che non gli ha concesso di sperare. Ciò delinea quanto poco avesse ascoltato il Maestro quando parlava di perdono e misericordia. Alcuni professori di Scienze Religiose insegnano che Giuda aveva comunque il libero arbitrio, come tutti gli uomini, quindi avrebbe anche potuto non tradire il Messia, e pentendosi di aver tradito Gesù si sarebbe salvato se non avesse commesso peccato di suicidio, impiccandosi.
Questa ultima tesi è a mio parere la più plausibile e veritiera per provare a spiegare un tradimento “necessario” affinché si compisse un sacrificio “fondamentale” per la redenzione dell’umanità.
Nonostante tutto, Giuda si poteva salvare. Dio nella sua Misericordia aveva programmato anche questo. Ma forse lo ha salvato lo stesso. Non lo sapremo mai. I misteri della fede cristiana sono anche questi.

Liborio Ognibene

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