Pirandello prese posizione contro il regime Fascista?

pirandello

Esiste un’eterna diatriba sull’adesione di Luigi Pirandello al partito fascista.

Ma non è stato mai sottolineato abbastanza che era in un certo qual modo obbligatoria, e a non iscriversi al partito, specialmente per gli accademici che ebbero l’obbligo pure di prestare giuramento al fascismo, si potevano subire delle ripercussioni. Ebbene Pirandello aderì, con queste parole: «Eccellenza, sento che per me questo è il momento più propizio per dichiarare una fede nutrita e servita sempre in silenzio. Se l’Eccellenza Vostra mi stima degno di entrare nel PNF pregerò come massimo onore tenervi il posto del più umile e obbediente gregario. Con devozione intera, Luigi Pirandello». Ma riflettiamo anche su una questione anagrafica, prendiamo come anno di riferimento il 1924, anno dell’adesione e calcolando che Pirandello del 1867, all’epoca era un uomo di 57 anni, un uomo non certo votato all’azione come mai era stato, e nemmeno un giovane in preda a facili entusiasmi. Sarà stata una scelta meditata, ma non partecipativa. Aveva visti molte battaglie e guerre, il padre era un garibaldini e sapeva dentro di sé che ad abbracciare con “fede nutrita” un partito non si fa altro che coltivare illusioni, dunque un “gregario” che guardava quel mondo sempre più lontano e sempre meno lo comprendeva.

Non credo che la richiesta di iscrizione, resa pubblica il 19 settembre dal giornale di regime “L’Impero”, non abbia avuto dolorose riflessioni interiori, si era nel pieno di una crisi politica dovuta all’assassinio di Matteotti, e sebbene l’anno seguente lo scrittore firmò il manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile, ci doveva pur essere una presa di posizione contro il regime. Niente di esplicito, ma almeno chiaroscuro, insomma, pirandelliana. Molti ancora non si danno pace che pure Pirandello si identificò con il fascismo, come forse non si diede pace nemmeno Sciascia, eppure…

A leggere le sue novelle e i romanzi, a guardare le sue opere teatrali non si può certo pensare che i suoi personaggi e il loro modo di agire, parlare e pensare potessero riflettere i desideri del regime. Anzi, tutt’altro. Però c’è una novella che ci lascia meditare che il grande scrittore di Girgenti volle dire, a un certo punto, la sua contro l’azione bellica e violenta del partito di Mussolini, mascherandola come una specie di critica alla Germania.

«I dimostranti, fatto il danno, s’erano già allontanati da un pezzo, sicurissimi d’aver compiuto un atto, se non proprio eroico, certo molto patriottico». L’atto in questione era una violenza ai danni della bottega di un signore svizzero creduto tedesco per via del suo cognome, Truppel. Però, a chi non viene in mente la violenza squadrista leggendo queste poche parole prese dalla significativa novella Berecche e la guerra?

Non è questa la sede a causa di uno spazio limitato per approfondire la novella. Non è nostro dovere interpretarla qui, raccontarne la trama, forse nemmeno analizzarla, ma soltanto rileggerla in chiave più moderna e vederne come lo scrittore disse la sua sulla violenza che in quel momento imperava in patria e all’estero, in particolar modo in Germania. La novella fu scritta poco prima della Prima guerra mondiale, come si affretta a dire (a giustificarsi) in una anomala premessa alla riedizione del ‘34, cioè nel pieno delle violenze di Hitler. Berecche, il protagonista, è un fanatico della Germania e in seguito, in modo pirandelliano, si ricrederà.

Leggiamo un altro passo significativo: «Il signor Livo [Truppel, lo svizzero che subì danni alla bottega], per conto suo, dentro di sé si conosce un’anima pacifica, senza cognome, senza stato civile, né nazionalità; un anima per due occhi aperta qua, come altrove, all’inganno delle cose che certamente non sono come appajono, se un po’ si cedono in un modo e un po’ in un altro, a seconda dell’animo e degli umori. Egli fa di tutto per non alterarselo mai, il suo modo, e si contenta di poco, perché quel poco sa gustarselo in pace e con saggezza, come gli innocenti piaceri della natura, la quale, a dir vero, è una di tutti e non sa né di patrie né di confini». Dunque, non sa di patrie né di confini, la natura…

Altri brani richiamano l’attenzione sull’assurdità della guerra, sul senso patriottico, sull’educazione politica che muta da umore a umore.

Basta soltanto rileggere, la storia come la letteratura, per capire quali errori stiamo commettendo. E forse con il buon Berecche, osservando il crollo delle proprie facili certezze, bisognerebbe valutare le proprie forze e condizioni per ricredersi.

Adesso agli esperti la parola.

Jim Tatano

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...