Da dove nasce la Montelusa di Andrea Camilleri?

Nei romanzi di Andrea Camilleri, in modo particolare nella saga del commissario Montalbano, le vicende si svolgono in quella affascinante borgata chiama Vigata (nella realtà Porto Empedocle) e nel capoluogo di provincia Montelusa, riconosciuta come la versione letteraria di Agrigento, anzi l’antica Girgenti.

Portrait de Andrea Camilleri en 2005Ma da dove viene la scelta di chiamare Montelusa la città della Valle dei Templi? Semplicemente potremmo dire che ad Agrigento esiste una contrada con quel nome o con la variante “Maddalusa” e chiudere così la partita. Può bastare? Certo che no. L’identificazione Agrigento-Montelusa è più antica ed è di quel illustre letterato girgentano lontano parente di nostro carissimo Camilleri: Luigi Pirandello.

La Montelusa camilleriana nasce dalle rovine di una frizzante Montelusa pirandelliana. Tant’è che nelle Novelle per un anno troviamo un bel tris di racconti (Difesa di Mèola, I fortunati e Visto che non piove…) racchiuse sotto il titolo unitario di Tonache di Montelusa del 1915.

Per chi avesse commesso quell’atroce delitto di non averle lette consigliamo di correre al più presto al recupero del danno, e per quanto riguarda noi, non vi preoccupate, non commetteremo un altrettanto feroce atrocità nel “spoilerare” finali e trama delle brevissime e divertenti novelle, piuttosto insieme faremo una passeggiata tra la vita brulicante come ogni microcosmo che si rispetti nella cittadina letteraria osservando da lontano qualche interessante aspetto.

Nella siciliana e pirandelliana Montelusa assistiamo a vicende di vizi e virtù che coinvolgono principalmente illustri membri del Clero, da qui le Tonache. Infatti a rovinare la pace e la tranquillità del paese arriva l’odiato vescovo monsignor Vitangelo Partanna per sostituire l’amatissimo monsignor Vivaldi (che Dio l’abbia in gloria!); nella cittadina sono presenti cinque badie e di una sappiamo che è dedicata a sant’Anna e ha all’interno una nipote gobba (ma malignamente noi sospettiamo che sia figlia naturale) del vescovo; ai montelusani, specie ai liberali, non piacciono i Liguorini, ovvero i seguaci nella fede del doctor zelantissimus della Chiesa Alfonso Maria de’ Liguori, e «il feroce tribuno anticlericale» il Mèola agli amici del Caffè Pedoca (covo di laici) ne promette, non si sa bene come, la cacciata definitiva.

Monsignor Partanna ha due assistenti: il vecchio don Antonio Sclepis, zio del Mèola, e il bel giovane don Arturo Filomarino prete studente a Roma pronto per «addottorarsi in lettere e filosofia» che le monachelle di sant’Anna «se lo mangiavano con gli occhi dalle grate». Alla morte del padre di quest’ultimo tutti i pezzi grossi di Montelusa accorsero per onorare quel lutto. Ma va detto che a differenza del figlio, il padre non era stato proprio uno stinco di santo, anzi era proprio una carogna, infatti era dedito a quel gravissimo peccato che era l’usura (con interesse al vertiginoso tasso del 24%!), e al peccatuccio più perdonabile d’essersi messo in casa una giovane governante napoletana, qui rimettiamo ai lettori i pruriginosi sospetti. I vicini di casa che avevano fiuto per delle cose che non erano come sembravano, intuirono che dietro quelle visite di lutto si nascondeva altro, e molti notabili aveva avuto a che fare col vecchio usuraio, forse perfino l’ingegnere Franci che era un massone e che massone! un elevato al 33° grado! andò a rendere omaggio alla salma. No, no, no, c’era qualcosa che non andava. Molte erano le cambiali ancora da pagare al vecchio usuraio e molti illustri signori avevano visto bene i vicini erano là per rimettersi nelle mani sante di don Arturo, con la segreta speranza che il debito venisse estinto per compassione cristiana. Ma don Arturo che «aveva vissuto sempre per lo studio, lui, ignaro affatto di tutte le cose del mondo» non aveva molta dimestichezza con siffatte faccende e a sua volta si rimise nelle mani del monsignor Landolina direttore del Collegio dei Oblati «animato da quell’esemplare, fervidissimo zelo di carità, di cui meritatamente godeva fama» scoprendo così i “benefici” della carità.

Perfino il tempo, una volta, fece tribolare il micromondo clericale di Montelusa, come quel 8 dicembre in cui la statua della SS. Immacolata fu portata in processione dalla sua chiesa dedicata a S. Francesco d’Assisi fino alla Cattedrale, e dopo lunghe meditazioni si stabilì che la domenica successiva si sarebbe dovuta riportare, sempre in processione, nel suo luogo originario. Ma, quando il tempo si mette a fare le bizze, perfino le processioni si fermano, infatti fu così che la SS. Immacolata ogni santa domenica restava dov’era a causa della pioggia. Il povero monsignor Lentini, su cui cadeva tutta la fatica di un tal scherzo del cielo, dovette per settimane e settimane far prediche per la Vergine, ma il meteo continuava a fare capricci tra le liti, i mormorii e le bassezze di confratelli di Congregazioni, membri del Capitolo, preti e contadini.

Occorreva uno stratagemma per portare la statua nella sua chiesa «piovesse o non piovesse», e a questo ci pensò monsignor Landolina che richiedette, per mettere fine alla questione, il ricorso di un “nemico della fede”, il Mèola, che dopo anni di silenzio e dopo aver perso del tutto la sua verve tra i liberali, sarebbe dovuto tornare in auge in una conferenza anticlericale e infuriarsi contro l’eccesso di cerimonie religiose, e così facendo far raccogliere la sfida al monsignor vescovo Partanna, per sottolineare la propria supremazia, che avrebbe dal canto suo imposto la processione con qualsiasi tempo e finalmente condurre la statua al suo posto naturale. E così fu, undici domeniche dopo la data convenuta, in quel 25 di «febbrajo» senza pioggia e con «il giubilo del popolo [che] fu quell’anno veramente straordinario per la sconfitta data dal tempo ai liberali di Montelusa».

Jim Tatano

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